e io che pensavo che fosse semplicemente la mia
vecchiaia che stesse prendendo il controllo della mia memoria e capacita' di
concentrazione... pare invece che io non sia l'unica che continua a comprare
libri dei quali, a malapena, riesce a guardare l'indice... leggere due o tre
pagine e' ormai cosa impossibile...
l'articolo che vi riporto qui sotto mi consola... almeno
ora so di essere in buona compagnia ;-)))
ciao
rosanna
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scienza_e_tecnologia/google-7/google-frigge-il-cervello/google-frigge-il-cervello.html
E' un timore che circola tra gli esperti. Secondo
Nicholas Carr
il nostro modo di leggere cambia con l'uso continuo di
Internet
Troppe nozioni, pochi pensieri "Google
ci fa diventare più stupidi"
Molti studiosi di varie materie ritengono che sia
diminuita la loro
capacità di apprendimento: "Siamo diventati meri
decodificatori"
di PAOLO PONTONIERE
Troppe nozioni, pochi pensieri "Google ci fa
diventare più stupidi"
SAN FRANCISCO - Che Google ci stia facendo diventare
tutti più stupidi? Pensiero imbarazzante, domanda controversa. Mormorata a
mezza bocca da più di un ricercatore ma mai formulata esplicitamente, la tesi è
stata avanzata di recente da una storia di copertina del mensile The Atlantic
Monthly, uno dei maggiori periodici progressisti statunitensi ed ha
immediatamente fatto il giro delle prime pagine dei media americani.
Ripresa tra gli altri dal Washington Post, dal
rotocalco online News. com di CNet e da ValleyWag, la si potrebbe definire
(parafrasando una delle metafore formulate da Nicholas Carr, autore
dell'articolo), una sorta di 'Sindrome di 2001 Odissea nello Spazio'. I lettori
familiari con il film di Stanley Kubrick ricorderanno che Dave Bowman,
astronauta e protagonista della storia, verso la fine del film stacca i
contatti di HAL, il supercomputer che controllava la nave spaziale sulla quale
viaggiava con i suoi colleghi. Bowman si era appena salvato da un attentato
orchestrato dallo stesso HAL e i suoi compagni di avventura erano tutti morti.
"Dave fermati", invocava HAL, cercando di convincere un Bowman
mortalmente determinato a metterlo fuori uso. "Ti puoi fermare Dave?... Ti
puoi fermare?... La mia mente se ne sta andando, Dave", concludeva
fiocamente HAL.
Nel suo articolo Carr, che è anche autore di "The
Big Switch", "Our New Digital Destiny", "Rewiring the World
from Edison to Google", confessa di sentirsi proprio come HAL. Che il suo
avere sempre a portata di polpastrello tutto lo scibile umano, un sapere che
per raccoglierlo una volta gli ci sarebbero voluti anni di ricerca, sta in
qualche modo compromettendo la sua capacità di pensare e di criticare. E per sua sorpresa ha scoperto di non essere l'unico
a sentirsi in questa maniera. Docenti Universitari, giornalisti, muscisti anche
medici gli hanno scritto a decine confessandogli di non riuscire più a leggere
un libro, di scorrere solo tra le righe di un articolo e di essere
difficilmente in grado di andare al di la del secondo o terzo paragrafo di un
blog, non importa quanto bene o male questo si stato scritto.
E' come se per queste persone il sapere fosse
improvvisamente diventato un universo a due dimensioni. Immenso lungo gli assi
orizzontale e verticale ma senza profondità. Perché l'altro dato preoccupante che li accomuna è l'incapacità di assorbire
concetti complessi e teorie evolute, se non nella forma di piccoli frammenti
per volta, nella forma cioè di piccole manciate di bit.
La conferma che il suo sospetto fosse fondato, che
l'uso costante dell'Internet e di Google stesse riconfigurando in qualche
maniera l'assetto neuronale del cervello dei webnauti, Carr lo ha trovato in
una serie di ricerche. Una della University College London.
Di durata quinquennale e condotta sugli utenti online
della British Library e quelli di un consorzio di istituzioni educative
inglesi, la ricerca Britannica denota che gli user non leggono i materiali in
una maniera tradizionale. Che una nuova forma di lettura sta emergendo e che è
fatta dal veloce scorrimento orizzontale degli articoli alla ricerca di parole
chiave. "Pare quasi che vadano in linea per evitare di leggere",
concludono i ricercatori inglesi. Un'altra fu condotta un paio di anni fa dal
mensile scientifico Discover e stabilì che le e-mail riescono ad anestetizzare
il cervello in maniera più profonda di quella della marijuana.
Marianne Wolf, una psicologa evolutiva della Tuft University
e autrice di "Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading
Brain", ritiene che noi non siamo solo quello che leggiamo ma "siamo
come leggiamo".
Secondo la Wolf, Internet pone
l'efficienza e l'immediatezza al di sopra di qualsiasi altra cosa, indebolendo
di conseguenza la nostra capacità di leggere profondamente, come
facevamo invece quando la carta stampata aveva fatto delle opere letterarie
prodotti di largo consumo tra i lettori di tutti gli strati sociali.
"Siamo diventati meri decodificatori di informazioni", conclude la
Wolf.
Per quelli che tendono a liquidare la tesi di The
Atlantic in maniera sommaria, classificandola come sospetto vecchio e mai
provato, Carr indica uno studio di James Olds, professore di neuroscienza e
direttore del Karsnow institute for Advanced Study della George Mason
University. Olds sostiene che il cervello adulto è molto malleabile. Fino a
pochi anni fa si pensava che le connessioni neuronali delle persone fossero
tutte stabilite tutte durante l'infanzia e che rimanessero immutate nel corso
della vita, adesso abbiamo le prove che i neuroni rompono continuamente le
vecchie connessioni per formarne delle nuove. "Il cervello" asserisce
Olds, "ha la capacità di riprogrammarsi al volo, modificando la maniera in
cui funziona".
Così Carr fa notare che se si coniuga questo postulato
con quello formulato da Daniel Bell, sociologo della Harvard University, si
deve concludere che in breve finiremo tutti col pensare come Google, conversare
come le e-mail e parlare come Twitter. Secondo Bell le persone finiscono
inevitabilmente con l'assumere le qualità delle tecnolgie intellettuali che
utilizzano. Le tecnologie intellettuali sono quelle che, come fa l'internet,
estendono le nostre capacità mentali ma non quelle fisiche.
La prova che questo possa veramente
avvenire? Carr la trova nel carteggio che correva tra Friedrich Nietzsche e un
suo amico compositore. Oramai vecchio e debole di vista, Nietzsche acquista una
macchina per scivere. All'amico che gli fa notare che questa sta cambiando il
suo stile Nietzsche risponde: "E' vero, gli strumenti con i quali
scriviamo prendono parte alla formazione dei nostri pensieri". La prosa di
Nietzsche era passata dalla retorica allo stile telegrafico, dagli argomenti
agli aforismi e dal ragionamento alla battuta.
(27 giugno 2008)
------------------------------------------
Rosanna Tortorelli - Milano
------------------------------------------
... che amo' sempre
lavoro, giustizia e liberta'
retaggio che mai non muore.
(dalla lapide funeraria di
Francescantonio Tortorelli 1812-87)